
Vino bio: no grazie? Il resoconto di un convegno piuttosto movimentato!
I protagonisti della produzione del vino naturale si sono misurarati tra di loro e con due esponenti istituzionali al Sana di Bologna
Il vino biologico non esiste, anzi é vietato dalla legge! Un'affermazione forte? Certamente, però veritiera. Infatti il Regolamento Europeo 2092/91 parla solo di produzioni agricole biologiche, quindi uva, ma non di vino che é un prodotto di trasformazione: quindi sulle etichette non si può scrivere "vino biologico" ma "vino ottenuto da uve biologiche". Una questione formale? No una differenza sostanziale. In pratica la Comunità Europea stabilisce che cosa si può fare nel vigneto ma non quello che si deve fare in cantina. Infatti un vino per essere veramente biologico dovrebbe provenire non solo da uve coltivate senza trattamenti antiparassitari a base di sostanze chimiche di sintesi e senza diserbanti (ed é quanto già accade nell'attuale agricoltura bio controllata da appositi Enti Certificatori) ma dovrebbe anche essere ottenuto limitando fortemente o escludendo la maggiorparte dei coadiuvanti chimici enologici oggi legalmente aggiunti in vinificazione oppure durante il periodo di maturazione.
Quindi l'approccio biologico "agricolo", pur essendo un netto passo avanti rispetto il passato, rappresenta soltanto il primo gradino e da solo non è in grado di garantire un vino realmente biologico. In teoria dovrebbe essere questione di poco, perché l’Unione Europea dovrebbe a breve porre fine a questo vuoto legislativo regolamentando anche la trasformazione biologica dell’uva in vino. Ma il percorso è assai più complicato di quello che possa sembrare a prima vista.
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Di tutto questo si è recentemente parlato al convegno “Vino bio: no grazie?” che venerdì 11 Settembre ha animato lo spazio BioQualiVino al Sana di Bologna e che ha messo in evidenza ancora una volta le difficoltà di comunicazione tra il mondo del vino “bio-natural-artigianale” e le istituzioni sul percorso che dovrà portare alla legalizzazione del futuro vino bio. Ma quali sono le difficoltà rendono problematica una convergenza tra istituzioni e produttori storici di “vini bio”? Ne hanno discusso, a volte anche animatamente, alcuni dei protagonisti della filiera moderati dal direttore di Enotime Fabrizio Penna: per i produttori sono intervenuti Giampiero Bea, presidente dell’associazione Vini Veri, Angiolino Maule, Presidente dell’associazione Vin Natur, Sonia Torretta e Andrea Zanfei referenti italiani dell’associazione Renaissance du Terroir, Marino Colleoni, produttore di Montalcino e Gaspare Buscemi ideatore del gruppo Vini d’Artigianato, mentre le istituzioni erano rappresentate da Teresa De Matthaeis, responsabile del comparto vino alla direzione generale per l’attuazione delle politiche comunitarie e internazionali di mercato del Mipaaf. E' intrevenuta anche Cristina Micheloni, coordinatrice del progetto di ricerca internazionale Orwine. |
| Ha esordito Cristina Micheloni, che ha sintetizzato il percorso attuato dal gruppo di lavoro tecnico-scientifico internazionale Orwine costituito da 11 membri internazionali, tra i quali ben 4 italiani, a cui è spettato fornire alla Commissione Europea le indicazioni di massima relative al futuro vino bio. Per molti mesi la discussione interna si è sviluppata attorno ai limiti legali di anidride solforosa, l’additivo antiossidante che anche moltissimi produttori bio-artigianali utilizzano in piccole dosi prima dell’imbottigliamento ma che hanno praticamente eliminato dalle precedenti fasi di vinificazione. Dopo tanto discutere e mediare tra i tecnici Orwine si è giunti a proporre una riduzione dell’anidride solforosa inferiore solo del 20% rispetto ai limiti attuali dei vini convenzionali, vista l’indisponibilità a far di più da parte di molti Paesi del nord ed est Europa. La commissione tecnica Orwine ha poi valutato positivamente i lieviti selezionati quando ormai centinaia di cantine (e tutte quelle presenti a BioQualiVino) hanno dimostrato che è possibile utilizzare, supportati da una buona tecnica agronomica prima ed enologica poi, i lieviti spontanei presenti naturalmente in ogni vigneto ed in ogni cantina. Secondo le valutazioni Orwine sono consentiti anche gli inoculi di batteri lattici per pilotare la fermentazione malolattica, via libera a tutti gli attivatori di fermentazione, agli enzimi pectolitici e betaglucanasici, alla gomma arabica, ai trattamenti di acidificazione e disacidificazione, ai tannini, alle mannoproteine, al diossido di silicone, ed alle chiarifiche con gelatine, albumina e bentonite. Persino sostanze ritenute potenzialmente allergeniche come le albumine d’uovo e di latte, la caseina, il caseinato di potassio, il lisozima e la gelatina animale sono state ritenute non del tutto eliminabili nei futuri vini bio. | ![]() Cristina Micheloni |
![]() Teresa De Matthaeis |
“Queste indicazioni devono rappresentare il pavimento della stanza comune a tutti i futuri vini bio, coscienti poi che le pareti ed il soffitto dovranno ancora essere costruiti ed adattati – ha sottolineato Cristina Micheloni – ma anche se queste indicazioni non soddisfano tutti sono comunque una base di partenza condivisa, sicuramente meglio del nulla”. E’ poi intervenuta la D.ssa De Matthaeis che ha sottolineato che “siamo ancora in fase di proposta, e non dobbiamo ripetere per il vino bio gli stessi errori legislativi del vino convenzionale che è normato da una serie di regolamenti non armonizzati tra gli stati membri. Occorre quindi per il vino bio un percorso condiviso, e per questo è desiderio delle istituzioni conoscere le opinioni dei produttori e recepire le loro istanze. A livello legislativo si può scegliere di normare il futuro vino biologico seguendo due strade: elencare le regole oppure le pratiche da escludere assolutamente. Il Ministero propende per quest’ultima strada e le pratiche identificate sono la microfiltrazione, l’elettrodialisi, gli scambiatori cationici e l’osmosi inversa. Per quanto riguarda l’arricchimento potrebbe essere utilizzato per tutti lo zucchero saccarosio di derivazione biologica andando a diminuire le dosi nel tempo”. |
A questo punto mi sono permesso di affermare che simili regole sono veramente distanti da chi i vini bio li vuole fare per davvero e che i produttori seri non possono riconoscersi in un simile percorso, dove le maglie delle rete non solo sono larghe ma addirittura sono delle falle… Giampiero Bea, Presidente di ViniVeri, ha immediatamente preso la parola ed ha affermato rivolto alle due ospiti istituzionali: “Ma chi di voi ci ha mai interpellati? Voi fate danno alle produzioni naturali tanto che siamo arrivati al paradosso che i consumatori più attenti ricercano le produzioni non certificate perché le ritengono più autentiche. Io ho fatto parte della commissione tecnica della mia denominazione (il Sagrantino di Montefalco n.d.r.) e costantemente ho visto rifiutare vini buonissimi e naturali solamente perché i loro parametri non corrispondevano alle logiche vigenti di standardizzazione. Andrà a finire che usciremo fuori anche dalle denominazioni di origine e che creeremo un nostro marchio, che potrebbe essere N.S.F., cioè No Stabilizzazioni Forzate!” |
![]() Giampiero Bea |
![]() Angiolino Maule |
Angiolino Maule, presidente di VinNatur ha rincarato la dose: “Sono davvero indignato di sentire da parte delle istituzioni tante sciocchezze, è troppa la distanza tra i propugnatori del vino naturale e i legislatori che lo vogliono equiparare al vino chimico industriale. Voi fatevi il vino bio e noi andiamo avanti per la nostra strada… Dobbiamo renderci conto che la viticoltura europea deve cambiare drasticamente strada, vi rendere conto che i vigneti europei oggi rappresentano solo il 3% dei 115 milioni di ettari coltivati ma vi si spargono il 15% degli antiparassitari utilizzati?” Ma allora di fronte a questa divergenza di vedute apparentemente insanabile che cosa si può fare? Potrebbe essere praticabile la creazione di un marchio collettivo alternativo che abbia un riconoscimento pubblico e che identifichi i vini realmente bio-natural-atigianali? Un marchio con alle spalle un disciplinare costituito da regole condivise ed attinenti, con un severo percorso di certificazione sia attraverso l’autocontrollo tra i soci che mediante un apposito ente esterno? |
“La creazione di un marchio collettivo è una strada che chiunque può percorrere – ha sottolineato la D.ssa De Matthaeis – ma è totalmente impensabile il suo successivo riconoscimento istituzionale”. E’ poi intervenuto Andrea Zanfei, titolare della storica Fattoria Cerreto Libri di Pontassieve (FI) che ha lanciato una lucida quanto singolare provocazione: “Se pensiamo alla missione che svolge anche per la collettività, il produttore bio non paghi nulla per la certificazione, mentre il produttore convenzionale venga tassato. La tassa venga poi capitalizzata per reinvestire sulla riconversione del territorio e per pagare i controlli dei produttori bio. In questo modo il produttore convenzionale avrebbe anche un vantaggio economico a riconvertirsi al bio, perché smetterebbe di pagare la tassa!” “L’idea non è nuova – ha sottolineato Cristina Micheloni – infatti si tratterebbe di una sorta di ecotassa che già esiste su alcuni prodotti altamente inquinanti…”. |
![]() Andrea Zanfei |
A Sonia Torretta, coordinatrice della sezione italiana del gruppo internazionale Renaissance du Terroir capitanato dal produttore Stefano Bellotti (assente giustificato causa vendemmia in corso) e presieduto dal produttore francese Nicolas Joly, è toccatto il compito di svolgere una lucida analisi sul futuro dell'agricoltura: "L'agricoltura così come concepita oggi è morta e la cosa più importante è reinventare un nuovo sistema che sappia coniugare l'ecologia con la tecnologia, con l'indispensabile mediazione del vero agricoltore che dev'essere una figura cosciente e coscienziosa, un vero custode del territorio. Il problema è che oggi gli ultimi veri agricoltori sono molto anziani e non esiste un ricambio generazionale che custodisca le stesse motivazioni etiche dei nonni. Una nuova generarazione di agricoltori veri deve poter avere la garanzia di un reddito appropriato attraverso la valorizzazione delle produzioni di qualità buone e pulite, promosse attraverso una filiera corta che faciliti una corretta informazione al consumatore. Un altro punto di chiarezza e di distinzione sarebbe l'introduzione di etichette davvero trasparenti, che riportino gli ingredianti aggiunti, cioè gli additivi, che l'agricoltura industriale ritiene irrinunciabili e che invece noi abbiamo dimostrato non essere assolutamente indispensabili...". Anche in questo caso la D.ssa De Matthaeis ha sottolineato che l'attuale legislazione sull'etichettatira si sta muovendo nella direzione appena delineata da Sonia Torretta, permettendo di inserire in etichetta svariati elementi di distinzione, cosa non possibile fino a poco prima. |
![]() Sonia Torretta |
![]() Marino Colleoni |
Ha poi preso la parola il produttore Marino Colleoni, titolare dell’Azienda Santa Maria di Montalcino: “Dovremmo imparare ad indirizzare il mondo della ricerca, che oggi studia unicamente come combattere le malattie e non come prevenirle. I finanziamenti pubblici che vengono erogati agli Istituti di ricerca devono servire per individuare le cause dei problemi e non i rimedi, ma questo cambio di mentalità può essere innescato solamente attraverso una forte e condivisa azione che parta da noi produttori naturali”. Questa posizione non solo è sacrosanta, ma ancora una volta mette il dito nella piaga: i produttori di vini naturali devono avanzare delle proposte forti ed unitarie, possibilmente attraverso un unico e qualificato interlocutore. Un marchio comune potrebbe rappresentare un valido collante tra le diverse anime ed i protagonismi dei differenti gruppi? |
Anche il produttore Gaspare Buscemi, enologo, produttore ed ideatore del bellissimo marchio “Vini d’artigianato”, è intervenuto nel dibattito sottolineando che “solo una cultura veramente artigianale, dal vigneto alla bottiglia, è in grado di coniugarsi con la naturalità del vino. Non è questione di dimensione aziendale, bensì di organizzazione mentale e di sensibilità personale. Solo con l’artigianalità è possibile ricongiungere in modo pacifico l’uomo con il territorio che lo ospita”. Ma dopo un simile convegno cosa occorre fare? Sicuramente occorre unire le forze ed accordarsi tra i diversi gruppi per trovare un comune percorso, partendo da ciò che unisce e lasciando da parte ciò che differenzia assieme alle vecchie ruggini personali. Ciò consentirebbe di essere incisivi nella comunicazione e di far giungere le opinioni anche alle istituzioni che spesso sono completamente ignare dell’esistenza di interlocutori alternativi, come più volte sottolineato anche dalla D.ssa De Matthaeis. Enotime con il suo convegno non aveva l’ambizione di arrivare a delle conclusioni immediate, ma di affrontare gli argomenti riunendo i diretti interessati e di gettare un seme comune per il futuro: è già un primo importante passo, ci sembra! |
![]() Gaspare Buscemi |
Fabrizio Penna ![]() |










