Quando andavo “a dottrina”, termine lombardo per indicare la frequentazione di parrocchie e oratori, vigeva il precetto che al venerdì era vietato ai cattolici il consumo di carne obbligando di mangiare dell’altro: raccomandato il pesce. Non erano i nutrizionisti (se c’erano non erano i guru di oggi) che concionavano di salutismo, Omega 3 e grassi insaturi; per i buoni cristiani era un precetto da seguire senza se e senza ma. All’epoca, per chi non abitava in aree marine o lacustri, l’offerta ittica era molto limitata. Ma quale tonno rosso, branzini, spigole, salmone e gamberoni? Merluzzo, sardine sott’olio, acciughe sotto sale e pesciolini fritti così da assolvere l’obbligatorietà del “magro e digiuno”. Scordavo il tonno sott’olio, il meno costoso, oh si di quello sempre in abbondanza disponibile non in misere scatolette ma prelevato da lattone di 10/20 chili così da poterne comprare quanto se ne voleva.
In valore, i numeri che fotografano gli scambi commerciali dell’Italia rilevano un export di 520 milioni di euro e un import di circa 4 miliardi di euro. Il disavanzo della bilancia commerciale mostra un peggioramento dell’11,9% rispetto al 2009. In particolare, le importazioni sia di prodotti freschi sia di trasformati (di cui fanno parte i congelati, secchi, salati o in salamoia, affumicati, preparazioni e conserve e anche i filetti di pesce fresco) hanno mostrato un incremento percentuale nel 2010 (nel complesso +2,5% in volume, +10,8% in valore), mentre le esportazioni sono cresciute appena dello 0,8% in volume (+6,7% quello del settoreNel 2009 la produzione, ammontava a circa 475 mila tonnellate, in crescita di appena il 2,2% su un 2008 particolarmente critico, per un valore complessivo di 1,8 miliardi di euro (+5,3%). Dati comprensivi delle attività di acquacoltura. Riguardo infine ai consumi, il 2009, limitatamente agli acquisti domestici, ha chiuso con aumenti in termini quantitativi del 2,9% per il pesce fresco e del 3,4% per quello trasformato. La dinamica positiva non è però stata confermata nel 2010, che ha già mostrato, come prima accennato, un contrazione degli acquisiti che ha sfiorato il 6%.
