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Un vino da servire ghiacciato...

Alimentazione05 Dic 2011

Passione e folklore animano le Confraternite

Alla scoperta di gaudenti buongustai che difendono, con arrugginiti spadoni tradizioni gastronomiche centenarie
 

Da anni mi occupo di ciò che accade nell’universo di cibi e bevande, delle loro origini, del mercato/i dove sfociano o dovrebbero sfociare, nonché dei comportamenti di chi li acquista e dei canali che li distribuiscono. Sono riuscito, a volte, anche a sbirciare nelle cucine della ristorazione pubblica di ogni ordine e grado per capire manipolazioni, cotture e mise en place ed ho parlato con chi sta ai fornelli. Insomma, qualcosa di  questo mondo mi è noto. Tuttavia esistono fatti ed eventi che ancora mi meravigliano.
Ad esempio mi sbigottisce l’elevato numero di Confraternite e Ordini Cavallereschi dell’enogastronomia animosamente attivi. Ma ancora di più mi stupiscono i personaggi che li animano. Fermo restando che aderirvi significa essere persone mosse da autentica passione oltre che buongustai, e che questi soggetti sostengono d’avere quale missione l’enfatica promozione e la difesa ad oltranza di un certo cibo o vino coinvolgendo nuovi adepti per divulgarlo, mi intenerisce il fatto che serissimi notai, nobili matrone, geometri e manicure, giornalisti professionisti e graziose titolari di boutique piuttosto che bancari e pittrici di nature morte, almeno una volta al mese si ingualdrappano con curiosi (e un po’ carnevaleschi) mantelli, feluche e gorgere brandendo ramaioli e arrugginite durlindane inneggiando alla trippa o sciorinano entusiasticamente la digeribilità della bagna caûda. Passione quindi, e di quella rovente. Infatti, pare che in alcune loro serate a tema non sempre si finisca con brindisi e abbracci fraterni. Può risultare che il Venerabile Maestro o qualche Cavaliere abbia vibranti alterchi con lo chef perché gli “gnocchi con la fioreta” (leggi: ricotta morbida) che hanno, va da sé, la loro Confraternita, siano state utilizzate patate inadeguate, comunque non quelle previste dal capitolato, o che la bottiglia di prezioso Sassicaia sia stata (orrore) decantata senza l’ausilio della candela.

Pur sapendo dell’esistenza di simili riti, non ero a conoscenza che esistesse una Federazione nazionale che li radunasse; si chiama Federazione Italiana Confraternite Enogastronomiche (FICE), e manco immaginavo si riconoscessero in un Comitato Europeo (CEUCO).
Beata ignoranza. Ma volevo saperne di più aumentando a dismisura il mio stupore. La causa? Gli ordinamenti costitutivi. Neppure la più pervicace burocrazia italica è capace di stilare statuti così rigidi e involuti. Neppure una holding ha un organigramma composito come una Confraternita enogastronomica o un Ordine Cavalleresco. Oltre al Venerabile Maestro che normalmente la presiede, la piramide organizzativa si dipana in un lungo percorso di titoli e ruoli sino al tesoriere; la qual cosa suona leggermente esilarante se si pensa che se tutto fila liscio, tra quote d’iscrizione ed eventuali mini sponsorizzazioni locali, ci saranno al massimo movimenti annui di cassa per poche centinaia di euro. In ogni caso a far buona guardia c’è la figura del probiviro.
Tuttavia la cosa più curiosa, per non dire oltre, è che in parecchi casi queste organizzazioni hanno il patrocinio (e forse qualche incentivo) di Regioni, Province e Comuni con i loro diversi Assessorati. Nulla di male, significa che lungo le lunghissime filiere del settore tutto va bene e che i miei stupori sono fuori luogo. Ingenuamente pensavo che per promuove, tutelare ed illustrare i nostri tesori agroalimentari a partire dalle quasi 200 DOP e IGP (per tacere delle altrettanto numerose DOCG, DOC e IGT dei vini) che l’Italia vanta, avanzassero e crescessero i vari Mipaaf, Buonitalia (finalmente ex), ICE, Camere di Commercio, Consorzi di Tutela, Coldiretti, Confagricoltura, Fedagri, Federvini, ed altri innumerevoli organismi similari fossero sufficienti per ribadire coram populo che i nostri vini, i nostri cibi e loro preparazioni culinarie sono inarrivabili.
 
Sempre ingenuamente pensavo che seduti a tavola davanti a un piatto di baccalà alla vicentina si potesse tutt’alpiù disquisire pacatamente sulla mantecazione e sul grado d’acidità dell’olio utilizzato e che non occorresse un Venerabile Maestro che lo certificasse, pena l’esecrazione e il pubblico ludibrio.
A mo’ d’informazione per chi ignora il contesto, voglio elencare alcune di queste Confraternite partendo dall’ultima nata: la Patata di Bologna Dop, Confraternita che verosimilmente dovrebbe affiancare il Consorzio di Tutela, specie alla luce del fatto che il 2008 è stato proclamato dalla Fao “l’anno della patata”. Ma continuiamo. Le Confraternite, ormai quasi tutte titolari di un sito web, spaziano dalle Alpi al Lilibeo, ed ecco quella della “castradina” (castrato in umido), del “salame d’la turgia”, da non confondersi col salam d’la duja, quella dei “culargiones”, della “torta di patate”, della “norcina, del “cotechino caldo” ma anche quella del “cotechino magro”. Quindi del “peperoncino” del “bollito misto”, del “salame di Varzi”, del “pesto”, della “faraona” e quello della “gallina padovana”, e poi del “pesce azzurro di Cetara”, dei “due meloni”, del “tortellino”, del “risotto”, del “fritto misto alla piemontese”, del “baccalà alla vicentina”, degli “amanti del cetriolo”, delle “fave”, e ancora, dei pipelli i’mpachiuse”, del “bisato di Speo”, del “cacio pecorino piceno”, dell’”aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia”, della “rana” e del “salame d’oca” e di quel tesoro nascosto che risponde al nome di “tartufo d’Alba”.  Chissà quant’altre ancora me ne sfuggono. In verità ci sarebbe da aggiungere gli Ordini Cavallereschi perlopiù consacrati a Bacco come, ad esempio, quello del “Sassicaia”, del “Recioto” del “Chiaretto” e della “Valpolicella”.
C’è da rammaricarsi non appartenere a cotanta élite.

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