![]() |
|---|
L'occasione per un aggiornamento sullo stato della vitivinicoltura nella Repubblica di Macedonia è capitata a fagiolo dopo la terza delle prime belle degustazioni ufficiali organizzate a Varsavia e a Cracovia dagli amici di Magazyn Wino e dal Regno d’Olanda, condotte da Wojciech Bońkowski. Per la maggior parte si è trattato di vini decenti, di pronta beva, a buon mercato, dallo stile tecnologico, soprattutto quelli bianchi provenienti dalle uve dei soliti vitigni internazionali, che erano vinificate con maggiore attenzione per il largo consumo, ma a discapito della personalità, secondo l’autorevole parere di quest’amico editor della Guida polacca ai vini d’Europa, di cui traduco sempre volentieri qualche bel pezzo per due rubriche di Enotime. Secondo i miei gusti, quelli ottenuti invece dai vitigni autoctoni sono un po’ più sapidi e sembrano avere delle prospettive migliori, in primis i rossi Vranec, Stanushina, Kratosija, Prokupec e i bianchi Temjanika e Zilavka, ma devono però viaggiare di pari passo con una qualità più regolare e una maggiore accessibilità. In Macedonia ci sono ancora troppi piccoli vignaioli che d’abitudine conferiscono le uve alle grosse cantine il giorno dopo la vendemmia, dunque con quella fermentazione fuori controllo che s’innesca non appena sistemate sui carrelli dei trattori o sui pianali dei camion e che ne danneggia la qualità. Capita dunque che, insieme a vini sani, onesti, beverini e qualche volta anche davvero buoni, circolino pure quelli organoletticamente deboli o addirittura con quel gusto stantio, tra l’annacquato e l’ossidato, che s’incontrava spesso ai tempi della federazione jugoslava e che adesso non trova più molto spazio. I produttori devono dunque rimboccarsi meglio le maniche e mettersi a lavorare sodo per modificare l’opinione piuttosto diffusa che la Repubblica di Macedonia è “un Paese nuovo ma dal vino vecchio". Eppure è il Paese che ha le migliori condizioni pedoclimatiche d’Europa per la viticoltura (possiede il record del numero dei giorni di esposizione al sole e di quello delle vigne situate ad alta quota sul livello del mare, che sfruttano la maggior ventilazione degli ottimi terreni di montagna dalle estati lunghe, calde, secche e perciò ideali per lunghi periodi di maturazione), tutti elementi che secondo alcune ricerche determinano la maggior concentrazione al mondo dei polifenoli del vino. I suoi vini non sono, però, ancora particolarmente affascinanti per gli appassionati, con alcune valide eccezioni.
Ci sono ancora vigne arretrate, pochi investimenti privati, la recentissima privatizzazione piratesca ha consolidato la supremazia di un paio di colossi enologici che non remano certo a favore della qualità, anzi per troppi dei loro vini questa non è sicuramente da enoteca, sebbene dopo la proclamazione d’indipendenza, nel 1991, la qualità del vino sia andata migliorando, grazie all’iniziativa privata e ad alcuni investimenti stranieri, in gran parte tedeschi. Ne avevamo già parlato in precedenza nel primo articolo di una decina di anni fa e nel secondo di tre anni fa. Certamente non è più a un livello di serie B, però non è così evidente sui mercati internazionali, ma non è colpa del vino, che ha sofferto per troppo tempo la mancanza d’interazione con il consumatore occidentale dal palato fine, a causa della controversia in corso da vent’anni con la Grecia sull’uso del nome “Macedonia” o dell’aggettivo “macedone” sulle etichette di ogni prodotto che Skopje voglia far circolare nell’Unione Europea. La gente comune non li conosce come vini di Macedonia perché non può individuarli con quel nome ed è quindi impossibile che emergano dall’anonimato in cui li ha relegati la diffidenza per i prodotti che arrivano dai Balcani e perciò è difficile che possano conquistare qualcosa di meglio dello scaffale più basso, a fianco dei bottiglioni. Dal dopoguerra, infatti, la grande patria di Alessandro il Grande è stata spartita in diverse parti assegnate a cinque stati diversi: a oriente alla Bulgaria, a occidente all’Albania, a Nord alla Serbia e a sud alla Grecia, mentre quella centrale è diventata una repubblica indipendente riconosciuta sì dall’ONU nel 1993, ma soltanto con il nome provvisorio di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia” (Former Yugoslav Republic of Macedonia, in siglaFYROM). Nel 1995 si aprirono dei difficili negoziati tra i due Stati sul nome da stabilire per i due territori.
La Grecia cominciò subito a dettare delle condizioni, inducendo la Repubblica di Macedonia perfino a togliere la stella a sedici punte di Vergina (il simbolo della dinastia Macedone che si trova sulla tomba del Re Filippo II)dalla propria bandiera adottata appena tre anni prima. Negli anni successivi alla guerra dei Balcani del 1999 e al crollo di quella che fu la Jugoslavia, quando nei supermercati europei sono apparsi i primi rinnovati vini di questo Stato annidato fra i monti Sar Planina, Crna Gora, Maleshevo, Selechka e Pindus nei Balcani meridionali, c’è stata immediatamente una dura reazione. La Grecia ha chiesto per via diplomatica alla Germania e alla Slovenia di vietarne la vendita e poi, nel 2008, ha pure bloccato i negoziati in corso per l’adesione all’Unione Europea e alla NATO, sempre a causa del nome. La Grecia, insomma, non vuole che si chiami semplicemente Macedonia e tutte queste scaramucce non hanno fatto altro che danneggiarne l’esportazione di vino. I produttori, infatti, hanno registrato un effetto catastrofico sulle loro esportazioni, giacché rappresentano l’85% circa del vino prodotto e che il 20% circa del PIL nazionale è costituito dalla produzione di uva e di vino. Alla fine del 2009 le autorità tedesche avevano chiesto alla Commissione Europea un parere ufficiale sulla possibilità di vendere ancora i vini provenienti da Skopje con il nome “Macedonia”, ma l’allora Commissario europeo per l’agricoltura aveva confermato che nell’Unione Europea sui documenti e sulle confezioni soltanto il vino della regione omonima della Grecia può portare quel nome.
Per avere un’idea dell’effetto della decisione basta pensare che almeno un terzo di tutti i vini prodotti nella Repubblica di Macedonia finisce in Germania e secondo le norme della Comunità Europea deve essere specificato in modo chiaro ed inequivocabile il luogo in cui si produce. Ma la gran parte dei vini della Repubblica di Macedonia non era ancora protetta da nessuna denominazione di origine registrata all’estero, poiché quasi tutti esportati sfusi (più del 90%) dopo una stabilizzazione in grandi cisterne per essere confezionati all’estero dagli stessi importatori. Una situazione disperata che il governo ha aggirato affrettandosi ad establishing a public register of the acreage, grape varieties and ownership of vineyards in order toistituire il catasto della superficie vitata, l’elenco delle varietà di uve ammesse alla produzione di vino e il registro delle tre regioni vinicole (Povardarie nei pressi della capitale, Pcinja-Osogovo a Ovest vicino al confine con la Bulgaria e Pelagonia-Polog ad Est nei pressi del lago Ohrid, al confine con l’Albania) e dei 16 distretti con le denominazioni d’origine protette, tutti requisiti per liberare finalmente l’esportazione verso i Paesi dell’Unione Europea, che attualmente è accordata in franchigia (duty free) fino a 395.000 ettolitri. Chi non aveva ancora un proprio marchio già ben affermato, come le cantine di recente fondazione, oppure acquistate e ristrutturate da un’altra proprietà sotto un altro nome, non ha fatto altro che togliere dall’etichetta la parola “contesa”, sostituendola con la sigla FYROM. È evidente, però, che questa soluzione non può essere a lunga scadenza e sarà cambiata ancora in seguito a nuovi accordi sul nome.
Per fortuna che ce ne sono tante di cantine così: una decina di anni fa i produttori erano solo 28, tre anni fa 70 e oggi sono già più di 82. E sono cresciuti anche con le idee più chiare in un Paese che imbottiglia soltanto un terzo del proprio vino. Hanno estirpato le vigne dai terreni meno indicati per la produzione di uve da vino (dai 39.000 ettari del 1982 agli attuali 24.700) e ridotto le rese, aumentando la densità degli impianti. Poco più di una decina di anni la produzione ammontava a 1,8 milioni di ettolitri di vino da 30.000 ettari, tre anni fa a 1,35 da 29.000 e oggi a 0,95 da 24.700, anche se la capacità di trasformazione è molto più alta, intorno ai 2,35 milioni di ettolitri. Lo stato attuale della viticoltura nella Repubblica di Macedonia non è ancora conosciuto a fondo, ma questi pochi dati sono già in grado di dare un’idea piuttosto reale del quadro d’insieme in cui si muove questo Paese di lunga tradizione enologica, nata addirittura prima ancora dell’antico impero romano. Fra i produttori più qualificati si trovano i seguenti: VV Rigo ImpexTikves, Povardarie AD, Skovin, Imako Vino, Lozar Pelisterka, Bovin, Fonko Wines, Pivka, Vinarija Grkov, Vinarija Elenov, Vinarija Popov, Popova Kula, Vardarska Dolina, Filovski, Ezimit Vino, Stobi, Dalvina, Vizba Valandovo, ZIK Kumanovo. Finalmente anche la qualità della confezione, cioè le bottiglie e i tappi, non ha niente da invidiare ai nostri, mentre prima faceva, in effetti, un po’ pietà. Avendo già parlato dei vini di Popova Kula nell’articolo precedente, preferisco adesso descrivere in breve alcuni degli altri vini tra quelli che mi sono fin qui piaciuti, in attesa in attesa di… assaggiare tutti quelli che verranno prodotti con i nuovi strumenti del governo per la qualità, magari anche presto!
“Alexander” Vranec grand cru - Vizba Valandovo
Dissan - Bovin
Kratosija - VV Tikves

