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Alimentazione19 Ott 2004

La Palamita

Carlo Macchi propone una rara specialita' gastronomica artigianale, spiegandola per non farla dimenticare!

Durante gli ultimi anni molte specialità tipicamente artigianali hanno lasciato spazio a produzioni industriali.
Queste ultime derivano sovente da processi tecnologici esasperati, che poco concedono ai sapori originali della materia prima.
La produzione artigianale invece si muove su un altro piano: la difesa del gusto originale.
Naturalmente i prodotti alimentari artigianali non sempre sono costanti (la qualità del latte per un formaggio cambia con il variare delle stagioni e il sapore delle carni per un salume dipende dall'alimentazione del capo di bestiame utilizzato), ma sicuramente sono sempre ricchi di caratteri distintivi.
L'unico modo per non farli scomparire é chiederli, ma prima bisogna conoscerli e assaggiarli per memorizzarne i caratteri. In questa pagina toverai descritta ogni settimana una specialità gastronomica artigianale, un Sapore Perduto selezionato per non farlo dimenticare.

Pubblicato il 19 ottobre 2004
Rubrica di
Carlo Macchi

 

LA PALAMITA

Ti consiglio quella sott'olio di:
Indal 2000 di Suvereto (LI)

 
 

Si abbina con:

Montescudaio Bianco d'annata o con una fine e giovane Ansonica dell'Argentario

Immaginate per un momento di trovarvi nei panni di un novello capitano Achab. Siete nella vostra barca, la mano nervosa stringe la fiocina e lo sguardo scruta l'orizzonte. Ad un certo punto vedete muovere qualcosa sul pelo dell'acqua. Immediatamente lanciate il grido "Là bolle!!". In realtà per la caccia alle balene si dovrebbe dire "là soffia!", ma noi non siamo il capitano Achab e non siamo alla caccia di giganteschi cetacei ma, molto più modestamente, di palamite. Questi sono dei piccoli tonnetti che possono arrivare al massimo ai setto-otto chili. Non si cacciano con fiocine di metri ma semplicemente con delle reti particolari chiamate palamitare. Le palamite infatti sono pesci predatori e sono ghiottissime di acciughe. Queste per difendersi non trovano niente di meglio che raggrupparsi in branchi compatti a pelo d'acqua, che a noi danno l'idea dell'acqua che bolle ma alle palamite possono ricordare la sagoma di un grosso pesce. Pensano così di impaurirle ma in realtà facilitano loro il compito. Però le palamite possono imbattersi nella palamitara, che (quasi come un novello paladino dell'acciuga) viene gettata a filo d'acqua e va in profondità per alcuni metri. Le maglie sono abbastanza larghe, così da permettere alle tremebonde acciughe di fuggire, intrappolando però le palamite da un chilo in su. Questo tipo di pesca, che prima si svolgeva tutto l'anno, ora si concentra a primavera e nel primo autunno. Colpa delle moltissime imbarcazioni che spesso distruggono, con l'elica del motore, le reti. Un problema che, assieme ad altri comuni a tutti gli altri tipi di pesca, aveva praticamente azzerato questo antico sistema di cattura praticato in molte parti del mediterraneo. Per fortuna da qualche anno, nell'arcipelago toscano, si è ritornati a calare la palamitara ed a catturare ancora questi pesci fusiformi, dalla bocca larga e munita di numerosi denti affilati. Si possono riconoscere per delle striature nerastre che le attraversano obliquamente.
Anche se ne ho parlato come di un tonnetto, la palamita in realtà appartiene alla famiglia degli sgombri ed ha una carne rosea e compatta, molto saporita. Ai tempi in cui le reti rimanevano in mare tutto l'anno le catture erano imponenti e quindi si poneva il problema della conservazione del pesce. Il sistema più semplice era di metterlo sott'olio, seguendo una semplicissima ricetta. Si metteva a scaldare dell'acqua molto salata e, quando arrivava ad ebollizione, vi si immergevano le palamite, private della testa e delle viscere. Si facevano cuocere per circa 2 ore e poi si lasciavano ad asciugare per almeno un giorno. Fatto questo si toglieva la pelle, si sfilettavano e si mettevano sotto'olio (usando quello extravergine d'oliva, naturalmente!) con pepe, peperoncino e alloro. In questa versione casalinga il consumo doveva avvenire entro i 15-20 giorni, pena avere come contorno al pesce una bella dose di botulino. Con la lavorazione industriale, che le fa bollire a 130 gradi in caldaie apposite, questo problema non esiste.

Per questo posso tranquillamente fiondarmi su un filetto di palamita della scorsa primavera. La consistenza e la compattezza della carne è notevole. Una volta però messa in bocca diventa morbida e sapida: in effetti ricorda i filetti di sgombro ma ha un gusto più fine, quasi da ventresca molto stagionata. Il modo migliore per consumarla è quello di farne un crostino, oppure in insalata con pomodorini e piccole foglie di lattuga. Personalmente l'ho proposta anche come condimento di una pasta fredda e devo dire che non ho avuto lamentele. L'unico problema l'ho avuto quando ho messo accanto al vasetto della palamita una scatola di acciughe.....hanno incominciato a rincorrersi per tutta la casa! Sono riuscito a sedare la rissa solo promettendo ad entrambe di abbinarle ad un corposo Montescudaio Bianco d'annata o ad una fine e giovane Ansonica dell'Argentario. Visto che a loro sono andati bene non posso che consigliarli anche a voi.

La palamita sta ricominciando ad essere apprezzata grazie anche a Slow Food, che ne ha fatto uno dei suoi presidi.

L'INDIRIZZO

Per provare la palamita sotto'olio vi consiglio di telefonare a chi la lavora da molto tempo. Indal 2000, Loc Pratini, Suvereto (LI). Tel.0565 829894, fax 0565 829911, sito web www.indal2000.it , mail info@indal2000.it .

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Carlo Macchi

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