Il santo protettore della fiorentina (bistecche a più non osso)
A San Lorenzo Aroldo (Cr) dal Toscano, un ristorante collaudato da Lilluccio Bartoli che dovrà diventar famoso!

La finocchiona in primo piano è stata fotografata in dissolvenza dal fotografo che - sempre
in dissolvenza - ha dissolto pure i fiaschi senza ausilio alcuno di filtri o altri marchingegni.
| Lilluccio Bartoli, fotografo dalla nascita, ci ha inviato questo suo mezzo busto. www.bartoliclick.com bartoli.evirgola@libero.it | Prologo. Paesino miniminuscolo. Chiesetta tascabile. Pretino bonsai. Breve conciliabolo col don (d'obbligo essere brevi con chi è abituato ai breviari). Di lui intuisco la professione, di me la intuisce dalle tre Nikon a tracolla (quindi trecolla). Il curato (ma a me non sembrava malaticcio) guarda interessato una dozzina di foto, poi come se fosse fulminato, avesse preso la scossa, o il mio Palmiro l'avesse morso, mi restituisce -alla velocità della luce!- il marchingegno informatico perché apparsagli visione celestiale, non consona alla deontologia ecclesiale e ai voleri celesti. |
| Il paesino micromolecolare era San Lorenzo Aroldo, a lato della Josephyne road (traduco: Via Giuseppina) nel comune di Solarolo Rainerio, una venticinquina di km da Cremona, direzione Casalmaggiore. Quanti sanno che un tempo, lontano anni DVCE, era nel comune di Palvareto? Erano i tempi in cui la possanza del potere doveva riflettersi anche nella toponomastica, per questo il nome di Pendolasco, nome assai poco virile di ridente paesello lombardo, venne mutato in Poggiridenti, sopprimendo l'angosciante nome d'origine bisognoso di un ritocco al nome della via principale con un penaugurante Via Gra. La prima volta che ci andiedi (first straphalciòn) fu per lo sposalizio della figlia dell'oste, celebrato da Don Gianni, per tutti Don Campari, prete verace, briscolista accanito, indugiante assai ai tavoli dell'osteria, dove officiava aperitivi e puntualmente veniva ricercato dai fedeli, che non trovandolo in chiesa e intuendone l'ubicazione, colà si recavano per ricordagli le funzioni che abbisognavano della sua inderogabile presenza, dovuta alla precedenza che l'elevazione del calice ha sul bicchiere. Una sola volta non rispettò un altro tipo di precedenza, all'incrocio con la Via Giuseppina. Non ebbe occasione di farlo una seconda volta perchè non fu solo la patente che gli venne tolta. Dopo il rimprovero di rito, ora avrà tutto il tempo per andare d'accordissimo col datore di lavoro. | ![]() Coscia giarrettierata di bella cristiana. La deontologia del don -quindi la dontolgia- non l'ammette a smuovere le pornocellule forzatamente ragnatelate dalla chiesa. |
La piazzetta del nanopaesello sulla quale affaccia la trattosteria di cui prima o poi arriverò a parlare (Direttore, va bene l'avviso?) fino a qualche anno fa di rurale semplicità, è ora impreziosita da una pensilina incastonata nell'arredo urbano il cui felice accostamento è riuscitissimo quasi come polenta e cipria. Quasi.

Didascalia assente causa ulcerante visione del prima e dopo
(Non avendo modo d'apprezzare il dopo, auspico un fuoco purificatore per dare la possibilità al paesello di chiamarsi San Lorenzo Arrosto.)
Qualora non sia chiaro lo spirito che aleggia al Toscano..... | Il territorio non è nuovo a simili scempi, già nel 1913, una parete con affreschi del'300 del vicino santuario di Caruberto, venne rovinata dal don dell'epoca per murarvi un reliquario. Sicuramente nel solco tracciato da questo escempio, si è incanalato il geometra diplomatosi per corrispondenza -in un periodo di frequenti scioperi postali- che nell'ultima recentementezza (straphalcyone nambèr due) ha progettato l'abbellimento dell'agorà sanlorezoaroldese. Auspico che dal piano superiore, Don Campari, suggerisca a San Lorenzo (non Aroldo) d'avere un (mal)occhio di riguardo all'ineffabile, affinchè provi pure lui come si sta sulla graticola, rendendolo edotto col semplice supplizio di una cortese visita fiscale o -a scelta- paventandogli il prospetto dell'importo della pensione, oppure operando graziosamente sul di lui attrezzo, in modo che il pensionamento del medesimo (da cui pen sione) renda un po' difficoltoso il perpetuamento della specie. Oh, adesso che la piazza è descritta e che la trattoria de "Il Toscano" 0375 91098 vi si affaccia, entriamo, ma non di lunedì e martedì, a meno che -come recita l'avviso esposto- "Se c'è da pigliar quattrini..." |
Siccome San Lorenzo (il titolare del copyright del nome del paesuncolo) ha avuto una certa dimestichezza con la graticola, qui lo si evoca ogni volta che una fiorentina viene accolta, calorosamente, dalla graticola summenzionata. Si può, senza timore di smentite, affermare che la graticola, per la fiorentina, è la morte sua, come del resto lo è stata per San Lorenzo. Questioni di saper mettere a fuoco: personalmente, con la Nikon, non ho problemi di combustione.
Fiorentine, belle in carne, ancora un po' indietro di cottura
Tanto per hominciare, sul banco del barre ogni bendiddio: bruschette al pomodoro (figlia legittima della fettunta) polpette (la vera insegna del un si butta via nulla) soppressata, finocchiona, rigatino (un bel trio che si da da fare per il gruppo sanguigno dei tri(o)gliceridi) e poi frittate, crostini, salami, spiedini, fritti mistissimi e chi più ne ha, più si faccia sotto con gli aperitivi.
Debbo dire che tale cornucopia fa allegramente sgargarozzare i lieti calici al suono cadenzato di tappi che saltano dalle fresche bottiglie, il cui contenuto si volatilizza giù per il gargarozzo degli habituè, nessuno dei quali dà la minima impressione di devolvere il 5 per mille alla lega antialcolica.
Se si toglie antialcolica si potrebbe avere una minima impressione al riguardo delle simpatie parlamentari, mentre al riguardo dei salti delle fresche bottiglie, qualcuno le ha pure fatte saltare, rischiando d'andare al fresco.
Fanno solo poche cose, tutte rigorosamente, vergognosamente, sapientemente, autenticamente, rudemente toscane. A me è capitato d'incappare (aspetta che lo scrivo giusto: in -k- re) nei roventini, una sorta di sottile involtino il cui ingrediente principale ha a che fare con l'Avis ed il cui santo protettore è San Guisuga, lo stesso della dichiarazione dei redditi e delle finanziarie bis del governo. Col sangue si possono fare molte cose: riesce benissimo anche morire per la patria, purchè il sangue versato non sia dell'addetto a£ v€r$amentooo.ooo.ooo. Tranquillizzo gli schizzi...nosi: non è in menù, è un piatto special reserve per veri gourmand dall'appetito violentemente maschio: roba da carrettieri, da scarriolanti, da cavatori, da carbonai; roba d'altri tempi, d'altri mestieri, d'altre (d'al3: straphalcyòn number albero) miserie, invero poco dissimili da quelle indottrinanti i vari Co.Co.Co., assunti a tempo determinato o per un lavoro a progetto. C'era più nobiltà nella miseria dei primi. | A proposito di fresco, il locale è climatizzato |
Tramonto vergognosamente ottenuto con Photoshop perché il fotografo ha preferito indugiare ai tavoli piuttosto che uscire a fotografarlo. | Al Toscano si trova tutto il necessaire per diventare una buona forchetta; l'hanno inventata proprio loro, a Firenze, gli orafi, si potrebbe dire che l'hanno inventata l'oro. Prima era uno stecco lanceolato -lingula o, in lingua, inghiottitoio- che i fini cesellatori al servizio dei Medici modellarono a mo' di piccola forca (no, non trattasi di appendicanaglie col quale si trastullava il potere dando al popolino le tre effe Festa Farina e Forca, ma di forcone: tridente -ras'c, in dialètt- ovvero forchetta) che in seguito le regine medicee portarono in dote a spasso per le corti d'Europa. Assieme all'innovativa posata -i cui rebbi aumentarono, dai due di partenza via via a quattro- uno stuolo di scalchi, vivandieri et similia, esportarono da Firenze, anche i piatti sdoganati dalla toscanità per assurgere a ruoli internazionali. La vegina madve del ve fvancese fvuitove dei lombi freschi di Caterina De' Medici, non tollerando lo stemma della casata della nuora, impresso sul dorso della forchetta, impartì l'ordine di metterla capovolta nella mise en plàce. |
| Si rassegnino i francesi, ai quali le palle ancor gli girano, per la loro zuppa di cipolle la cui primogenitura è data dalla carabbaccia, per l'anatra all'arancia alias papero al melangolo e per una salsa di colla, chiamata colletta, che Louis de Bèchamel ha fatto sua. Se la prendano con Caterina De' Medici e rammentino gli araldi (che non sono di San Lorenzo Araldi) che il giglio di Francia "assomiglia" molto al giglio fiorentino. | ![]() Hola hombre, mira l'ombra! |
Del resto, a Fucecchio, la statua dall'equilibrio instabile di uno scrittore (non è ancora quella di Indro Montanelli) è stata fissata facendo appoggiare le bronzee terga ad una pila di libri, beccandosi seduta stante (è il caso di dire) il nomignolo di cacalibri.
Rimanere nella toscanitudine conosciuta ai più, sarà facilissimo. Rinfrancanti ribollite, pollo fritto con fritto misto toscano (non sia mai che venga servito con una salutare insalata fresca, se si deve rovinare il fegato, lo si rovini a mmodo, ovvia) e pappardelle al cinghiale. Le pappardelle col cinghiale sono anch'esse la morte sua -con grade disappunto del cinghiale in oggetto- che ci rimette la buccia, s (ovvero, esse: fesseria number tree bis.Traduco: albero bis) si sposano che è una bellezza al cighiale, anche se al suino andrebbe meglio una cinghiala da tirare nella tana, da cui "se la tira" e " tirare la cinghia(la)" alla qual cosa si ispira il governo facendocela tirare.
Un passo indietro (orteidni. Phessery number tree tris, ma adesso la pianto con la pianta) merita la ribollita. Nasce con l'assemblamento di due piatti della miseria nera ed è col cavolo che ve lo spiego!
In primis (ovvio, è un primo) occorre il cavolo nero, ecco giustificato il colore della miseria, o cavolo palmizio di Toscana, giusto per dar sfoggio della conoscenza in materia di brassicacee, toh ciàpa! In secundis fagioli cannellini detti anche, ma va, toscanelli.
lI due piatti coniugantesi per dar luogo alla ribollita, sono il cavolo con le fette, alias fettunta a fare da canapè al cavolo e la zuppa lombarda: acqua di cottura dei fagioli su bruschetta con qualche rado occhieggiante dicotiledone naufragante nella solitudine. Era la zuppa che i lombardi chiamati colà a bonificare le terre, rinfrancava dai morsi della fame le bocche che non conoscevano altro che miseria. Se per caso fossero diventati ricchi, come massima aspirazione, sarebbero andati a mendicare a Montecarlo.
![]() Ritagli di San Lorenzo Aroldo ottenuti intingendo il ditino indice nello scatto della Nikon | Genesi della ribollita: cavolo con le fette + zuppa lombarda = zuppa di fagioli. Zuppa di fagioli + fette di pane = zuppa di pane Zuppa di pane avanzata + cipolle + rianimazione (ribollitura) in forno = ribollita. D'estate si serve diaccia, previa benedizione d'olio buonerrimo, con a latere uno spicchio di cipolla rossa da sfogliare, usandone i petali a guisa di cucchiaio. Nel ritratto del mangiafagioli, accostata al piatto dell'affamato, fa la sua bella figura la cipolla, che non sempre fa piangere. Al contrario del governo. |
Altro piatto proletario, il lampredotto (trippa: vero vessillo del giglio fiorentino) che io prendo in doppia porzione, in pratica un lampresedici (voilà la castronata number four, ma nambèr sedici sarebbe stato molto più meglissimo) pappa al pomodoro, fiorentina da sogno a due piazze (della Signoria e del Porcellino e mi porto avanti con la fesseria numero 5) così si approfitta delle due piazze e del guanciale di porcello.
Non propriamente un sogno gli gnocchi alla crema di tartufo. Da rivista femminile per palati appiattiti, dove il tartufo è oggetto non identificato (ecco perché tart U.F.O) se non dall'alchimista che ne ha estratto chimicamente l'essenza e da qualche portatore sano di papille gustative non rincoglionite, inorridite dal sentir evocare il tartufo a sua volta blandamente e ignobilmente evocato da un preparato nel quale il tartufo presenzia -ad odor di firma- in percentuali lillipuziane da zero virgola zero zero. Tracce. Più che sparute tracce, sparite tracce.
Auspico che la sostanza in oggetto sparisca dal menù all'apparire di aulenti lamelle tartufoidi e che gli gnocchi siano al tartufo e non alla fintasinteticacrema di similcircamenoquasiforse tartufo assente impresenziato. Archiviata questa nota, passiamo al piatto estivo d'eccellenza, la panzanella, the panzanell, la panzanèlle, die panzanellen, insùma pàan bagnàat cunsàat. Panzanella, alias pan molle, strizzato, sbriciolato (solo la midolla, home si disce affirènze) hondito con olio bono, pomodori, cipolle rosse, basilico (in Toscana -con toshana disinvoltura- la panzanella viene pure chiamata troiaio).
E' un incrocio tra il pane e le verdure estive, qui servita -trattandosi di un incrocio- con diritto di precedenza alle verdure. Traduzione: la panzanella dev'essere un povero recupero di pane stantìo (pane posato, home si disce affirènze) ma vestita a festa con tutta quel bendiddio un l'è vvera. La povertà ha la sua dignità, nella semplicità e non mascherata da una ricchezza che non le compete. Nota del saccente gastrosofo. Perché abbacchio? Abbacchio da "ad baculum", ovvero legato al bastone, per impedire al tenero agnellino battufoliforme (Dio, che tenerezza! Adoro gli animali: ho una predilizione per quelli cotti) di scapicollarsi per i prati fratturandosi qualche ossicino, alla cui premura, qualche mandibola feroce, provvederà in seguito. Susseguente nota filologica: in dialetto bastone si dice bac, e trovo curioso che un commovente quadrupedino legato con una corda ad un bastone, in Spagna si chiami cordero. | La mamma con espressione abbacchiata per il breve futuro del candido figliolo. |
Il crudo per il quale ho una cotta | Quando gli agnelli sono grandicelli (arrivarci ad esserlo!, la cosa non dipende strettamente da loro) e si riuniscono in club, formano un gregge. Se sono ubbidienti diventano pecore, così il pastore può sfruttare il bac lasciato libero dall'agnello (che magari sognava di finire in un presepe ma non è stato esaudito) per altri usi. Per rendere ubbidienti, talvolta, più del bastone, basta la tv. Per chi fa largo uso di questo elettromolestico e che sicuramente legge Shakespeare senza sapere chi lo ha scritto, addurrò spiegazione supplementare: il Bac in questione non è un deodorante e nemmeno un celebre musicista. Dalle pagine dei piatti dimenticati qui è possibile trovare alcuni fogli strappati dall'oblìo, come il peposo. Dirò soltanto che la sua storia è strettamente legata ai fornacini dell'Impruneta (mai sentito parlare del cotto fiorentino?) che durante la veglia al foco approfittavano del calore per approntare questo sapido intingolo (uno straccio di indizio così l'ho dato) e far bisboccia. Per mettere disordine in quel che ho appena scritto, non confondete il cotto fiorentino col crudo di Parma. |
| Per non mettere disordine tra i fochi della cucina del Toscano, provate ad ordinarlo con ossequioso anticipo, fatevi riconoscere come amanti di piatti maschi e se supererete la prova, beccatevi quattro moccoli in slang fiorentino (dove è probabile che vi parlino male della mamma e delle sue specchiate virtù) come scotto al raggiungimento dell'agognato, e pappatevi il peposo, lubrificandone il percorso aspergendo del Carmignano di Artimino di Contini Bonaccossi. Difficilmente parlo di vini, se stavolta l'ho fatto, provate ad immaginare perché; se vi difetta la fantasia autoprescrivetevelo -non è mutuabile- e guarirete dalla malattia che colpisce l'invereconda tristezza degli astemi. Se siete in questo girone, dopo la conversione, vi omaggerò dell'iscrizione gratuita alla lega antianalcolica nel cui statuto all'art. 1 è specificato che l'alcool è nemico dell'uomo e all'art. 1 bis che chi fugge davanti al nemico è un codardo. Vi è pure menzionato, all'art. unduetre (ciàpèl ch' èl gh'è) che un grappolo che scappa dalla vite, se la svigna (album delle fesserie, casella n° 6). | San Lorenzo Aroldo all'ora dell'aperitivo |
La quiete di San Lorenzo (per i non amanti del genere viene fornito un paio di cuffie eroganti frastuono del traffico) vi farà apprezzare i tavoli fuori. Purtroppo le pupille non avranno lo stesso trattamento delle papille: della visione scempiata della piazza s'è detto; del patrizio palazzo Zanetti alla deriva dell'incuria, non ancora. Provvedo: è un palazzo del 1700, la cui nobiltà è intuibile da quel che è rimasto in piedi. Non è visitabile. Nel mirabile intento di preservarne i tesori s'è murato l'accesso, lasciando murati in cassaforte i quattrini sconsideratamente necessari alla manutenzione. (Direttore, cosa dici? Aggiungo anche "più che alla manutenzione del palagio, i quattrini servono alla manutenzione dell'oneroso status di rimanere ricchi?")
Salut(m)i con affetto, nel senso di affettato, da Firenze | Per addolcirci dall'amara constatazione, finiamo co' hantuccini, rigorosamente fatti in casa nel cantuccinificio personale del Toscano. Da mettere sotto i denti dopo un' immersione nell'acquasantiera contenente vin santo. Affinchè vin santo e cantuccini siano di equa parità, per un matrimonio ex aequo, suggerisco d'abbassare la qualità dei cantucci. Finale col ponce alla livornese. Nel bicchiere massiccio, non quello del servizio bono, entra lo zucchero, messo a bagno nel rumme, segue doccia calda di caffè espresso e il tocco finale: scorza di limone, sbucciata a vivo pensando al limone come al contribuente al quale si cava la pelle prima di spremerlo: è il ponce a vvela, dove la vela dell'agrume prende il largo, lasciando una scia profumata dovuta alle nuances dei suoi olii essenziali. A questo punto una svaporata per ridargli vigore e incandescenza. Va |
Lilluccio Bartoli
alias Burt 'O Lee
| Lilluccio Bartoli alias Burt 'O Lee sì, faccio danni anche li(nk) |
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