Mai come di questi tempi l’argomento di cui si parla, si scrive, si vede e si sente è il cibo. Non esiste nessuna altra parola, neppure termini come politica, sesso, moda o spread per sostenere tutto e il contrario di tutto. «Considerando che tutti noi mangiamo, se a ciò si aggiunge – spiega sul Corriere della Sera la nutrizionista Carla Favaro - la mole di informazioni che arrivano da fonti più svariate (dai produttori di alimenti, da chi fa ricerca in nutrizione, dai consumatori e da chi ha parecchio da guadagnare nel puntellare certe teorie), il risultato è una tale confusione dove è davvero difficile orientarsi». Ed è ancora più stravolgente quando si parla di alimenti considerati punti fermi della normale alimentazione.
Latte? peggio della cicuta.
Se il latte preoccupa, il pane...La candida frase attribuita a Maria Antonietta sulla mancanza di pane e l’esortazione a consumare brioche oggi non avrebbe senso poiché entrambi sarebbero out. Il pane bianco e le farine raffinate, da simbolo di agiatezza (quelli della mia generazione ricordano come un prodigio l’avvento del pane bianco) sono alimenti da bandire. È davvero così? Come sempre, dicono gli esperti, non bisogna estremizzare inducendo a credere che alcuni alimenti siano il diavolo (le farine raffinate) e altri l'acqua santa (farine integrali). Non solo non è vero, ma si rischia di trasmettere il messaggio che questi ultimi possano essere mangiati a volontà. Se è pur vero che è bene preferire i cereali di tipo integrale perché più ricchi di alcune vitamine e fibra, è utile tuttavia chiarire che il pane bianco non è molto diverso da quello integrale pur se è leggermente maggiore il contenuto in carboidrati, basta ridurne le porzioni. In ogni caso si sappia che in Italia, contrariamente a quanto si pensi, i carboidrati complessi come quelli di pane, pasta e patate forniscono una quota ancora modesta dell’energia totale necessaria.
Salumi? vade retro. Carni rosse? cibo da antropofagi.
Cosa c’è di più energeticamente tosto di una bella bistecca, cruda, cotta al sangue piuttosto che ben cotta? Semplice da cucinare, olio, poco sale, qualche ago di rosmarino: una sferzata di salute. Ora è diventata uno degli alimenti maggiormente messi sotto accusa. «Questi giudizi - risponde Alfredo Vanotti, professore in Dietetica e nutrizione alla Facoltà di Medicina dell’Università Statale e Università Bicocca di Milano - sono stati influenzati dalle recenti indicazioni sulla prevenzione dei tumori dell’Istituto americano per la ricerca sul cancro, che consigliano, per chi mangia carni rosse (ovine, suine, bovine, compreso il vitello) di limitarne il consumo a persona a un massimo di 500 grammi alla settimana compreso l’eventuale consumo di carni lavorate (come i salumi)».. Ma noi quanta ne mangiamo? Stando ai dati rilevati dall’Inran, i consumi medi di carni rosse fresche e lavorate, a livello di popolazione, superano le raccomandazioni americane. Si può accettare il consiglio di alternare le carni rosse con quelle bianche, avvicendandole con pesce, legumi, uova e formaggi, ok, ma poiché noi (fortunatamente) non ci strafoghiamo alla stregua degli americani di tonnellate di bisunti hamburger a tutte le ore del giorno e della notte, gettare allarmi sulla chianina mi sembra, questo si, preoccupante. Altri ripetuti allarmi provenienti da fonti non esattamente controllate riguardano il comparto salumi dove sic et simpliciter ci viene ammonito di evitarli. «A questo riguardo – precisa il professor Vanotti - ci sono alcune domande da porsi: un prosciutto doc o una bresaola (che peraltro salume non è) possono essere messi sullo stesso piano di salsicce e bacon? È ben diverso, infatti, mangiare saltuariamente una porzione da 50 grammi di salumi (prevista anche dalle «Linee guida per una sana alimentazione»), e mangiarne porzioni maggiori, magari tutti i giorni, perché dedichiamo sempre meno tempo alla cucina». Le modifiche di abitudini alimentari radicate possono avvenire solo gradualmente: la vera educazione alimentare inizia dall'osservazione del contenuto (sempre più povero!) del carrello della spesa di una famiglia, modulandone progressivamente la composizione negli anni.
Zucchero? puro veleno.


