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| " I buoni & i cattivi " è una rubrica il cui intento è quello di fornire una vera e propria "sguida", segnalando quei vini che non sono riusciti a conquistare le luci della ribalta ma che a nostro giudizio sono altrettanto meritevoli. Ogni mese avverrà una sfida tra un "BUONO", cioè un prodotto valutato ai massimi livelli da almeno una delle principali guide italiane, e un "CATTIVO", un vino emergente che invece non è riuscito a toccare i vertici ma che secondo noi avrebbe meritato più attenzione. |
| Articolo di Carlo Macchi | Pubblicato l'11 Settembre 2007 |
Il Fiano di Avellino DOCG 2005 di Benito Ferrara |
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| PER ENTRARE IN ARGOMENTO.... Con un settembre che si preannuncia caldo ed assolato la voglia di bianco continua; magari, dopo aver convissuto fino ad ora con prodotti semplici ed immediati, il desiderio di qualcosa di più complesso, ma sempre nativo di zone calde, si fa luce. Nasce così la sfida di questo mese che ha come punto di riferimento il Fiano, un vitigno che solo da pochi anni è riuscito ad entrare nell’immaginario degli italici bevitori. Chiedo però scusa al nostro vitigno (ed ai nostri contendenti) ma, con il permesso del mio paziente direttore, vorrei prima parlare di un tema che mi sta particolarmente a cuore e che nel mio giornale on line Winesurf ho definito come "il problema dei vini con le tette finte". Pare, ripeto pare, (eufemismo...) che molti profumi definiti "classici" di vini di zone lontane, come i Sauvignon della Nuova Zelanda,si debbano invece a precisi processi di cantina che escludono del tutto l’ossigeno in ogni fase di fermentazione ed affinamento. Il famoso aroma di "passion fruit" nasce quindi in cantina e non in vigna. Non per niente cominciamo a ritrovarlo in molti bianchi italiani: da alcuni Catarratto siciliani, a Vermentini toscani, Chardonnay trentini e soprattutto Sauvignon altoatesini. Il problema, oltre ad una massificazione ed omologazione planetaria dei prodotti, è che i vini sottoposti a questi processi, proprio perchè non hanno mai convissuto con l’ossigeno, non sono abituati a sopportarlo e così una volta aperti perdono in poche ore le loro caratteristiche aromatiche. Un po’ come un bel paio di tette siliconate che permettono di sfoggiare misure che molte vorrebbero ma che dopo poco tempo iniziano a mostrare segni di... "cedimento strutturale". In altre parole: il rischio è quello di abituare il consumatore a profumi non reali, che non derivano dalle uve, rendendo così praticamente inutile una buona e corretta viticoltura. Da qui ad aggiungere al vino aromi di sintesi (o altre diavolerie autorizzate) il passo è pericolosamente breve. |
LE SCHEDE DEGLI SFIDANTI Un piccolo produttore irpino da una parte ed una delle più importanti aziende siciliane (ed italiane) dall’altra. Ritorniamo quindi al classico Davide contro Golia, dove quest’ultimo diviene immediatamente "uno e trino", ammorbidendo i coriacei caratteri nei giovani e delicati profili di Alessio, Francesca e Santi Planeta. La storia della loro famiglia parte da lontano, ma quella enoica ha radici molto più prossime ai nostri tempi. Siamo nella metà degli anni ottanta e ci troviamo a Sambuca di Sicilia. Da qui parte la ricerca di questi tre giovanissimi "Teseo", mirata a trovare quel vello d’oro enologico che in molti gli riconoscevano già dopo pochi anni. Ad accompagnarli in questa difficile ricerca, oltre a diversi argonauti, un personaggio a cui è molto difficile far vestire i panni di Arianna. Sto parlando di quel Carlo Corino, piemontese purosangue, che dopo aver lavorato per molti anni nelle vigne australiane ha pensato bene di prendere in mano il filo di questa giovane azienda e di condurla fuori dal labirinto di vini senza personalità e carattere, come molto spesso si trova (purtroppo) in Sicilia. Fuori dal labirinto ci si sono ritrovati sin da subito, grazie soprattutto a vini come il loro Chardonnay ed hanno potuto così viaggiare su strade che prima li hanno portati a Menfi, poi a Vittoria, Noto e recentissimamente sull’Etna. Queste sono le tappe del loro viaggio ed anche i luoghi dei loro vigneti, che oramai superano i 350 ettari. Se i toni omerici vi sembrano fuori luogo pensate quanto possa essere semplice arrivare a produrre in quattro cantine ben 2.200.000 bottiglie, suddivise in 11 vini, derivanti da 12 vitigni, autoctoni e non. Per me non è facile, soprattutto se questi vini difficilmente hanno caratteri scontati, rispecchiando inoltre le caratteristiche dei vitigni di provenienza, "immersi" nel particolare clima siciliano. Non vorrei fare l’elenco della spesa ma come non citare, oltre al nostro "buono" di oggi che fa parte di un nutrito gruppo di bianchi, il loro schietto Santa Cecilia (Nero d’Avola in purezza) o il raffinato Burdese (uvaggio tra Cabernet Sauvignon e Franc) o il moderno Cerasuolo di Vittoria (Nero d’Avola e Frappato). |
| IL BUONO | | IL CATTIVO |
| Sicilia IGT Cometa 2005 Con questo vino Planeta ha smosso le acque intorno al Fiano: chi lo vedeva come un vino che fuori dal suo habitat non riesce ad esprimersi al meglio si è dovuto ricredere, anche se le sue caratteristiche sono mediate dal calore e dalla terra di Sicilia che nei due vigneti in cui è piantato, Dispensa e Gurra (entrambe intorno ai 100 metri s.l.m.), si fanno sentire. Da queste due vigne le uve arrivano in cantina dove sono diraspate e pigiate per poi rimanere alcune ore a bassa temperatura e poi iniziare una fermentazione in vasche di acciaio che non supera mai i 15-16°C. Questo per preservare al meglio gli aromi. Una parte delle uve (circa un 10%) fermenta in barriques nuove. L’assemblaggio tra le due parti avviene nel nuovo anno, poco prima dell’imbottigliamento di febbraio. Quindi il vino rimane in bottiglia qualche mese prima di entrare in commercio. Oramai il nostro campione sta in bottiglia da quasi due anni, visto che il suo fratello del 2006 è già sul mercato da mesi. Vediamolo nel dettaglio; il colore è un giallo dorato molto brillante ma è al naso che incominciano le sensazioni più intriganti. Siamo infatti lontani dai profumi del Fiano campano; qui le note di frutta tropicale, di agrumi ed addirittura di lavanda prendono il sopravvento sul resto. Sono profumi potenti e ben netti, che si possono percepire quasi direttamente dalla bottiglia. Forse non sono finissimi, ma non si può avere tutto dalla vita. In bocca troviamo quella grassezza ed opulenza che ci aspettavamo non perfettamente bilanciata dalla freschezza. La chiusura ne risente leggermente anche se tutte le sensazioni finali sono indubbiamente positive. | °°°°° L A
S F I D A °°°°° | Fiano di Avellino DOCG 2005 Quando Gabriella vendemmia il suo Fiano, Planeta ha da tempo finito la fermentazione. C’è infatti quasi un mese e mezzo di differenza tra le due vendemmie. La prima inizia alla fine di agosto e la seconda alla metà di ottobre. Gia in questa differenza temporale possiamo trovare i prodromi delle diversità tra i due contendenti. La forma di allevamento adottata in Irpinia è un classico guyot, mentre Planeta ha adottato il cordone speronato. Ancora differenze, che sommate ai circa 400 metri di altitudine in più dei vigneti dei Ferrara chiudono il cerchio e le speranze di chi vorrebbe trovare somiglianze nei vini. La raccolta delle vendemmiatrici di Gabriella è rigorosamente a mano ed in cassette e le uve vengono vinificate a temperature basse, ma non bassissime. Anche qui tutto si risolve entro dicembre ed il vino va in bottiglia nei primi mesi del nuovo anno. Fa un certo effetto aprire una bottiglia di un vino che credo sia quasi esaurito o comunque poco richiesto perchè sostituito dalla versione 2006. Vediamo un po’.... Il colore è un paglierino dorato ma meno intenso rispetto al Cometa. Il naso parte in sordina ma piano piano esce allo scoperto. Le prime sensazioni andavano sul floreale ma adesso, dopo un passaggio sulla frutta matura (pera soprattutto) siamo arrivati alla nocciola ed a particolari sentori balsamici. Eleganza: questa è la parola giusta! Forse non troviamo l’irruenza dell’altro vino ma in quanto a sfumature e complessità siamo ben messi. La bocca è austera e insospettabilmente grassa. Si percepisce però una netta vena di freschezza che guida il vino in bocca e rende pulito il palato dopo la degustazione. Mi viene voglia di berlo ancora! |
COMMENTO FINALE: Sembrano quasi due vini da vitigni diversi: il Cometa è opulento e cicciuto, il Fiano è elegante e austero. Rappresentano molto bene però i terroirs di provenienza. Forse il vino irpino è leggermente più rustico in bocca ma ha un finezza aromatica ed una linearità che il Cometa non credo possa raggiungere. In compenso il vino dei Planeta ha dalla sua tutta la spudorata potenza di profumi intriganti, tutta la corposa grassezza che lo pone ad un livello superiore a quasi tutti i bianchi di Sicilia. Come abbinamento potrei arrischiare anche un brodetto di pesce, mentre il Fiano dei Ferrara lo vedrei bene sia con primi anche complessi che addirittura con un coniglio in porchetta..
GIUDIZIO COMPLESSIVO: Mentre scrivo mi viene in mente una cosa: potremmo scambiarli per vini del 2006! Entrambi infatti non hanno alcuna nota di terziarizzazione e questo è molto importante per chi crede che il Fiano possa invecchiare bene. Ma qui rischio di far invecchiare i miei lettori e quindi arrivo al dunque. Vince il Fiano 2005 di Benito Ferrara grazie ad una finezza aromatica maggiore e soprattutto per merito di una freschezza che "rischia" di portarlo avanti per diversi anni. Il Cometà è comunque molto buono ma ho dei problemi, durante un pasto, a berne un secondo bicchiere e questo credo che sia molto importante.
Vuoi segnalarmi un vino poco conosciuto ma di grande qualità per le prossime sfide? Scrivimi!
Carlo Macchi


