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Salam d'la Juve

Altre Bevande29 Nov 2011

Acque Minerali: da commodity a marketing strategico

Quante energie per proporre ai consumatori un po' d'acqua da bere...

A partire dagli Anni Novanta l’acqua minerale da semplice commodity è diventata un sofisticato prodotto di marketing assoggettata appunto a questa legge, e da una comunicazione pubblicitaria enfatica, emozionale e martellante ancorché, sovente, bugiarda o comunque ingannevole. Beviamo le minerali per dissetarci? Macché, la beviamo per fare “plin plin”, per digerire in un attimo persino una cofana di peperonata, per diventare più belli, per dimagrire, per avere la pelle più liscia e luminosa, per arrestare “gli inestetismi” della cellulite, in attesa dell’uccellino di Del Piero che cinguetti sulla nostra spalla. Molti poi la bevono per una sorta di pregiudizio, purtroppo radicato, circa le cattive condizioni della rete idrica laddove, pur oggettivamente  esistenti tuttora in alcune circoscritte aree, va detto che per l’85-90% impianti, tubature e controlli sono più che a norma. Infingardamente ad avvalorare implicitamente il concetto della non affidabilità dell’acqua del rubinetto anche Mineracqua ci ha provato con una pubblicità, subito stoppata dal Gran giuri, il cui claim recitava Acqua minerale. Molto più che potabile”. Figuraccia meschina !
 
Malgrado ciò continuiamo ad abbeverarci non tanto di acqua ma di ben confezionate suggestioni;infatti, molti la bevono attratti anche grazie a packaging originali e di raffinato design mica per quello che contiene. La panciuta bottiglietta della costosissima Perrier è ormai un must. E che dire di una bottiglia che è una perfetta case history di marketing applicato oggetto di studi universitari. Mi riferisco alla T’ Nant una spring water proveniente dal Galles che arriva da noi grazie all’intuito di un intelligente ancorché scaltro importatore genovese di bevande il quale, visto il grande successo dovuto all’originale bottiglia in vetro (ora anche in Pet) di un brillante blu cobalto, si è comperato addirittura le fonti gallesi.
Ma allora le minerali sono più pure, naturali e genuine di quelle del rubinetto come la pubblicità e i padroni dell’”oro blu” lasciano intendere condizionando il consumatore? C’è più o meno sodio o manganese? Ci sono più residuati? Che caspita sono i residuati? In pratica nessuno legge le etichette con le composizioni firmate da illustri docenti batteriologi che, quando va bene, sono referti di 5 anni addietro. E nel frattempo che succede? Nessun problema, il business è talmente ricco che qualora in alcune minerali ci fossero dosi eccessive di prodotti tossici o dannosi per la salute, ci pensa qualche Ministro della Sanità ad elevare per legge i dosaggi ammessi.

A tal riguardo occorre puntualizzare i seguenti aspetti. Essendo l’acqua minerale considerata a suo tempo dal legislatore come terapeutica, per anni è stato consentito a queste acque di contenere cinque volte la quantità di arsenico e quaranta volte quella di manganese ammesse nell’acqua di rubinetto. Sostanze che Fao e Oms hanno sempre denunciato come pericolose per la salute per chi beve sistematicamente la stessa acqua minerale senza controllo medico. Un’acqua troppo ricca di arsenico e manganese può forse essere venduta in farmacia ma non certo nei supermercati in sostituzione della tanto bistrattata acqua dei rubinetti di casa nostra.
Nel 2003 una serie di inchieste accertavano (com’è accaduto alla Guizza), contenuti di idrocarburi al benzene in quantità 10 volte superiore alla media. Alcune fonti, com’è successo alla Sangemini-Fiuggi, (massì proprio quella consigliata per la calcolosi renale) vennero chiuse dopo la scoperta di sostanze nocive nelle bottiglie, chiusa nuovamente nel luglio scorso per altri problemi legati all’agibilità dello stabilimento. In quel clima di scandali l’ineffabile ministro della sanità di allora, Sirchia, che non aveva ancora pensato di vietare in ogni dove il piacere delle sigarette, per non ostacolare questo mercato, varò in piene festività natalizie, un decreto che innalzava la soglia di tolleranza per molti degli inquinanti trovati nelle griffatissime minerali (tra i quali tensioattivi, oli minerali, antiparassitari, idrocarburi) facendo rientrare, come per magia, molte industrie nella legalità. Semaforo verde quindi alle minerali con eccesso di arsenico o manganese attutibili semmai con un trattamento di ozonizzazione, ossia tramite l’uso di ozono. Procedimento – dicono illustri scienziati - che potrebbe dar luogo a sostanze più pericolose di quelle che si intende limitare: i bromati fortemente cancerogeni.
Vi sarebbero altre considerazioni da fare attorno al grasso business delle minerali, di carattere politico e amministrativo (concessioni delle fonti a prezzo simbolico, controlli ‘partigiani’ degli impianti d’estrazione e d’imbottigliamento, ecc), prezzi al consumo, vessazioni di baristi e ristoratori che neppure se piangi ti danno un bicchiere d’acqua del Comune, e via lamentando.

Ma queste sono altre storie.
Per concludere ancora una curiosità calzante. Circa una decina d’anni fa il Comune di Milano ha dato corso ad un progetto (poi stoppato un po’ dai problemi distributivi e pubblicitari, un po’ dal cambio della Giunta) per imbottigliare e vendere l’acqua comunale ritenuta ottima sotto ogni profilo. Già pronto il logo “Acqua Milano” per le etichette, pronta la descrizione della composizione chimica (come ovvio, esattamente la stessa dell’acqua erogata ai cittadini) e studiato il piano di marketing. Il concetto è tipico del pragmatismo meneghino: se i milanesi vogliono a tutti i costi bere ‘la minerale’ spendendo fior di soldini che almeno rimangano in casa nostra.

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