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Salam d'la Juve

Agricoltura09 Gen 2012

Terraaa... gridiamo terra!

Non è l’esplosivo grido del naufrago ma l’esortazione al ritorno del suo ruolo primario: produrre derrate

Considerare i terreni, come è stato fatto per troppo tempo, come entità prevalentemente edificabili sta facendo riflettere. “Tutto ciò che viene dalla terra, alla terra tornerà”, così recita un veritiero versetto dell’Ecclesiastico. Non si tratta perciò di un poetico ritorno al bucolico ma, seppure con ritardo, alla presa di coscienza di una pressante esigenza economica e sociale.
Si sta capendo, finalmente, che la terra utilizzata per l’agricoltura è e sarà sempre di più un bene insostituibile, specie se si considera che nei prossimi 20 anni crescerà di oltre il 50% la domanda mondiale di cibo. Nazioni quali Cina, Corea del Sud, e i ricchi Emirati Arabi, Arabia e la neo-ricca India, nel 2008 hanno acquistato all'estero circa 8 milioni di ettari di terreni agricoli per il proprio approvvigionamento alimentare
Risulta che l’ex “Celeste Impero” da solo ha firmato accordi di cooperazione agricola insediando 14 proprie imprese in Uganda, Tanzania, Zambia e Zimbabwe. Attualmente sono presenti in Africa centinaia di migliaia di cinesi non per taroccare scarpe, orologi piuttosto che giocattoli o abiti, ma coloni con tecnologie, trattori e braccia.
L'alibi ufficiale degli accordi è aiutare l'economia agricola dei Paesi poveri, ma in realtà gran parte delle produzioni sono esportate in Cina.
 
Che non si tratti di un azzardo ma scelte avvedute dalle governance
degli Stati che investono in terreni di questi Paesi è comprovato dal fatto che si sono prontamente accodate, palesemente o con sigle di comodo, centinaia di fondi d’investimento e parecchie multinazionali che credono concretamente sulla rivalutazione a breve di queste terre.
L’accaparramento dei suoli agricoli non è ovviamente passato inosservato a due importanti agenzie dell’Onu per l'agricoltura, segnatamente Fao e Ifad, che con l'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo hanno presentato nel 2010 il rapporto “Land Grab or development opportunity?” ossia, incetta di terre o opportunità di sviluppo?
 
E dalle nostre parti? Sembra che al momento non sia il caso d’allarmarsi. Informarsi e approfondire però è quantomeno utile. L'ultimo censimento dell’Istat segnala (per la prima volta) una crescita consistente in Italia della dimensione media delle aziende agricole, passate in 10 anni da una media di 5,5 ettari a quasi otto. Tale interessante fenomeno è dato dalla riduzione del numero di imprese agricole con l'espulsione di quelle marginali (piccoli poderi, campicelli, ecc), ma nel contempo anche per l'accorpamento aziendale realizzato tramite investimenti nel settore di soggetti comunemente esterni al mondo agricolo. Non si tratta soltanto di grandi investitori o fondi, ma anche di professionisti che hanno deciso di cambiare standard di vita  realizzando, ad esempio, attività agrituristiche ed altri progetti da sviluppare nel settore rurale.

Il bicchiere si può reputare mezzo pieno oppure mezzo vuoto secondo l’angolo di lettura. Di positivo, l’oggettiva modernizzazione del comparto e il coinvolgimento di energie giovani in agricoltura senza tuttavia tacere la costante lievitazione del prezzo dei terreni. Problema che unitamente alla pesante crisi economica in atto, che non sarà breve, fungono da freno  alle giovani leve che scelgono, o vorrebbero scegliere definitivamente il mondo agricolo.

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