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SPECIALE EST EUROPA / VINO

Falsificazione dei vini ad Est: un fenomeno in crescita

 


 

Falsificazione dei vini ad Est sull’esempio degli USA: un fenomeno in crescita
Un articolo denuncia. Preoccupanti ripercussioni sull’export e sull’immagine del vino italiano

Dal nostro corrispondente
Mario Crosta

Forse le riunioni dell’Organizzazione Mondiale del Commercio WTO servono soltanto a fare da obiettivo per delle grandi manifestazioni di protesta, seguite regolarmente dalla distruzione di gran parte dei locali, dei negozi e degli uffici bancari nei centri storici delle grandi città proposte come sedi. Sono decenni, infatti, che nonostante gli accordi, gli impegni, le cause legali e tutto ciò che fa notizia e produce tanta carta, gli USA continuano imperterriti a consentire la vendita di prodotti taroccati, cioè veri e propri falsi, che si richiamano in etichetta ai prodotti italiani. Non è soltanto il vino a soffrirne, ma anche parmigiano, pasta, mozzarella ed altre squisitezze, insomma quanto di meglio il nostro Paese offre all’enogastronomia mondiale. Per quanto riguarda il vino, ho letto su Winereport che un recente studio realizzato da Nomisma per Indicod ha accertato che il giro d’affari relativo ai falsi vini italiani venduti negli Stati Uniti ammonta a 541 milioni di dollari ed è quindi superiore di molto a quello dei veri vini italiani, stimato in 397 milioni di dollari. Il fatto è ben noto alle autorità commerciali di tutti i Paesi del WTO. Anche ad Est si falsificano da molto tempo i vini più noti degli altri Paesi europei, specialmente in Ucraina ed in Romania, come ho ricordato in altri articoli sulle pagine di Enotime. Ma il fenomeno è in rapida crescita, come dimostra il caso seguente, citato da un articolo di Rino Giacalone sul giornale „La Sicilia” in dicembre e ripreso con gran tempismo da tutti i magazines on-line del settore vini, che riporto immediatamente.

"Il vino Marsala usurpato. Scoperta in Moldavia una bottiglia di vino con lo stesso nome".
Il caso ha voluto che una vacanza all’estero portasse il presidente nazionale della Federdoc a guardare con una certa attenzione, mista a curiosità, un’enoteca in Moldavia. Il caso, quanto mai fortunato per gli sviluppi che si sono determinati fino a ieri nell’aula di Montecitorio, ha voluto che gli occhi del presidente della Federdoc si posassero su di una bottiglia di vino Marsala... prodotto in Moldavia. Con tanto di etichetta ed indicazioni (c’era anche un’annata di riferimento, il 1991) in tutto e per tutto molto somiglianti al famoso Marsala nostrano (comprese le indicazioni uguali a grado e zuccheri), vino peraltro a denominazione di origine controllata, e con un particolare in più per rendere tutto ancor più veritiero, il prezzo, esorbitante (325,20 leu pari 24,39 euro, in pratica 50 mila delle vecchie lire) a sancire l’originalità. Al di là del prezzo, quella bottiglia non veniva dalla Sicilia e dalle cantine di Marsala, ma si è scoperto veniva da una ditta con sede in Serbia. Aperta la bottiglia dentro c’era uno „strano liquido”. Vino? Forse. Certamente non il Marsala Doc.
Per il consorzio di tutela del vino Marsala questa non è solo sleale concorrenza, ma è anche il tentativo di „sporcare” la storia gloriosa del vino Marsala. "Non appena siamo venuti a conoscenza della gravissima iniziativa della Moldavia", dice il presidente del Consorzio, l’enologo Marco Rabino, "abbiamo subito interessato il ministero delle Attività Produttive a tutela del buon nome del nostro genuino prodotto. Ai paesi dell’Est", prosegue Rabino, "però si aggiungono anche alcuni paesi occidentali che hanno cominciato ad immettere nel mercato prodotti vinosi sotto l’etichetta Marsala. Il Consorzio farà di tutto per impedire alla concorrenza sleale di usare il nome di Marsala. In tal senso il Ministero delle Attività

Produttive ha già intrapreso una specifica attività al fine di evitare l'usurpazione del nome".
"È stato costituito uno specifico tavolo al ministero", evidenzia a sua volta l’amministratore delegato del Consorzio, avv. Diego Maggio, "proprio per la tutela dei prodotti dop. A quel tavolo abbiamo preso e consegnato la bottiglia trovata in Serbia e consegneremo ogni altra bottiglia che troveremo o ci sarà fatta pervenire con etichette di falsi Marsala. È ora che il Governo si muova e faccia rispettare le regole anche all'interno dei confini europei e tra i paesi che hanno sottoscritto gli accordi commerciali del Wto". Sul caso c’è stata anche un’interrogazione alla Camera da parte dell’onorevole Massimo Grillo. Interrogazione alla quale il ministro Alemanno ha risposto proprio ieri. "Il Marsala", continua l'avv. Maggio, "è in assoluto il mady in Italy più taroccato che c’è, è tanto conosciuto che suscita continui tentativi di imitazioni. La cosa grave", sottolinea Maggio, "è che spesso accade che gli abusivismi vengono legalizzati nei Paesi dove si verificano, Paesi che si sottraggono anche al rispetto degli accordi internazionali da loro stessi firmati per la Doc. Se aggiungiamo che gli abusivismi si producono anche in quei Paesi fuori da questi accordi, è facile rendersi conto di quanto libertinaggio esiste. C’è una somma indefinita di Marsala in circolazione che danneggiano il nostro prodotto". Tra i paesi in cui è stato segnalato un „falso” Marsala ci sono anche l'Argentina, l'Inghilterra, il Brasile e Malta.
Fin qui l’articolo di Rino Giacalone sul giornale „La Sicilia”. L’onorevole Grillo, presentando l’interrogazione, ha chiesto un intervento immediato da parte del ministro Alemanno per salvaguardare l’autentica denominazione d’origine del vino Marsala. Il governo italiano interverrà certamente sul governo della Moldavia con ogni iniziativa utile a tutelare il Marsala contro le contraffazioni. Il ministro Alemanno, infatti, ha precisato che "l’uso fatto in Moldavia della denominazione d’origine Marsala contrasta palesemente con l’accordo internazionale sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio". La repubblica di Moldavia fa parte del Wto dal luglio 2001 e pertanto è tenuta al rispetto degli accordi sui diritti di proprietà intellettuale. Il Ministero delle Politiche Agricole, inoltre, informerà anche la Commissione Europea affinché in vista di eventuali accordi con la repubblica di Moldavia per il settore vinicolo siano adottate "eventuali conseguenti misure". Spero che lo stesso atteggiamento venga anche adottato pari pari contro gli USA, che sono i capofila delle taroccature da qualche decennio e contro i quali finora si sono spese soltanto parole. Se la difesa dei buoni prodotti genuini italiani è un dovere degli organi istituzionali, non si possono adottare due pesi e due misure. In ogni caso occorre adottare le cosiddette conseguenti misure mettendo al lavoro i responsabili dell’ICE all’estero, che non possono soltanto offrire dei bei pranzi promozionali facendo finta di non vedere dove c’è da mettere le mani.
Ma rimane una situazione che sarebbe meglio risolvere a monte e non per ogni singolo caso di cui si è avuta una conoscenza assolutamente fortuita. Il problema, infatti, non è nato con il Marsala trovato di recente in Moldavia, ma esiste da decenni. In Crimea, per esempio, da sempre si fanno vini sul modello dei Madera, degli Xeres, degli Aleatico, dei Tokaji, dei Porto, come mostrano le etichette che allego al testo. Questi vini ormai fanno parte della tradizione di quel Paese fin dalle prime Esposizioni Universali degli inizi del secolo scorso, cento anni fa, quando vennero addirittura premiati con medaglie d’oro e d’argento per quanto erano buoni, e non si è mai sollevata oppure non si è mai risolta la questione in nessuna sede internazionale. Altra cosa invece sono la contraffazione, la truffa, l’illegalità, che però hanno piena libertà commerciale proprio nei Paesi del liberismo economico, con in testa gli USA, seguiti a ruota da quelli di più recente liberazione dal giogo russo. Come afferma Giovanni Ricasoli Firidolfi, presidente del Consorzio del Chianti Classico, rispondendo a una precisa domanda di Franco Ziliani su Winereport, "gli spazi per l’illegalità si ridurrebbero se gli USA ed altri Paesi riconoscessero il valore e la legittimità delle nostre denominazioni di origine".
Finché questi Paesi non lo faranno, oltre a legittimare il commercio di vini taroccati, rimarranno anche il covo dei taroccatori italiani inquisiti dai tribunali del nostro Paese per le truffe in questo campo. Come Guido Destro, imputato reoconfesso in un processo sui falsi vini doc, che si è rifugiato in Romania non confermando in aula le sue risposte alle domande della Procura, che avrebbero messo con le spalle al muro Silvano Poli di Gambellara, ritenuto dagli inquirenti la mente di un enorme traffico di vini doc fasulli per decine di migliaia di ettolitri, un business di diversi milioni di Euro che ancora oggi è al centro di indagini della magistratura e dell’Ispettorato repressione frodi del ministero per le Politiche Agricole a Conegliano.
Guido Destro, conosciuto anche come „Andrea il cuoco” e come presentatore di telepromozioni sulle reti commerciali, era finito sotto processo in qualità di amministratore della cantina „La Favorita” e aveva confessato agli investigatori di essere un prestanome di Poli come tanti altri, per esempio Diego Caoduro e Massimo Migliorin. Per la procura Silvano Poli adottava sempre lo stesso schema: acquistava uva di pessima qualità dal Sud, la faceva transitare da cantine di comodo gestite dai prestanome e quindi la trasformava in Pinot grigio o Valpolicella doc e igt, che rivendeva con ricarichi anche del 200/300%.
Questa ricostruzione è stata sempre contestata dalla difesa, per il quale non ci sarebbero le prove. Queste ultime le avrebbe dovute fornire il Destro, che dalla Romania non torna. Con le nuove norme sul giusto processo, l’indagato che accusa un complice dovrà ripetere le accuse in aula. Se non lo fa, tutto quello che ha dichiarato durante le indagini preliminari non ha alcun valore. E il magistrato, beffato anche lui come il Diritto, giocoforza si adegui... Meglio ricordare che in altre inchieste sul Poli sei autisti compiacenti hanno concordato il patteggiamento, mentre altri indagati come il figlio Alessandro Poli, Lorenzo Signorini, Riccardo Rossi, Domenico Spiller, Giulio Rossi, Bruno Tessari, Ivano Dal Moro ed altri risponderanno, ma in questo caso è meglio usare la parola „forse”, di associazione per delinquere, frode in commercio e contraffazione di sigilli per altre partite di vini senza nome trasformati in doc e igt.

Insomma ad Est, permanendo le impunità sulla falsificazione delle etichette e finché ci sarà protezione per gli organizzatori di commerci illeciti, i produttori onesti avranno non poco da battagliare. Sul posto, oltre ad una concorrenza sleale, ad uffici ICE sottotono e ad una serie di personaggi (trevisani e non) che infangano il buon nome del Paese e delle province in cui sono nati e che fanno bella mostra di sè a tutte le promozioni di vino ad Est nonostante vengano ricercati „attivamente” (sic!) anche dalle polizie locali per truffe doganali, i nostri esportatori troveranno pure i vini taroccati. Ma non si creda che vengano taroccati soltanto all’estero, come dimostra il caso del finto Amarone della DALCOMM di Treviso (ancora! Pare che questa provincia incominci a fare concorrenza al paese di Narzole in provincia di Cuneo per gli imbrogli) imbottigliato a Pavia. In quale cestino dei rifiuti è andato a finire il Piano dei Controlli del ministro Alemanno diffuso in pompa magna un anno e mezzo fa?
O meglio; lo Stato fa le leggi soltanto per mostrare i muscoli ai cittadini perbene, oppure anche per applicarle, magari anche punendo i malfattori?
Speriamo che sia vero che quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare...

Mario Crosta

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