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PER ENTRARE IN ARGOMENTO....
Sono incerto su come iniziare questa sfida. Da una parte vorrei subito lanciarmi nel tema "Sangiovese e Maremma, anzi provincia di Grosseto", dall'altra però mi sembra giusto dare spazio alla piccola rivoluzione che potremmo riassumere nella frase: "Essere più guidaioli delle guide". Mi spiego meglio. Per la prima volta da che porto avanti questa rubrica parlerò di un "cattivo" che deve essere ancora dichiarato tale. Infatti il Lombroso 2004 è imbottigliato, ma non è ancora in commercio; ci entrerà a gennaio 2008 e sarà quindi recensito solo nelle nuove guide che usciranno a ottobre. Non resistendo alla voglia di invertire, almeno in parte, i fattori, spero che il risultato sia comunque ligio alla filosofia della rubrica. Il mio pazientissimo direttore spero scuserà questa fuga in avanti che però porta comunque a parlare di due vini fatti in denominazioni confinanti nonché della stessa annata e (se si eccettua un 3% di Alicante nel Poggio Valente ) con lo stesso vitigno.
Ma veniamo al tema lanciato all'inizio. Fino a pochi anni fa quando si parlava di Maremma veniva in mente subito e solo il Morellino di Scansano. Questo è sicuramente il vino storico del territorio ed è stato anche il primo strumento con cui i nuovi produttori arrivati in loco (non li possiamo chiamare parvenue in quanto pieni non solo di soldi, ma anche di esperienza enoica) si sono cimentati. E' un vino che è molto cambiato negli ultimi 10-15 anni, in cui lo sviluppo in numero di ettari della denominazione ha dovuto spesso fare i conti con la ricerca di una tipologia comune. Oggi con la DOCG l'elevata diversificazione dovrebbe placarsi e le diversità divenire solo delle caratteristiche diverse date dai terroir . Spero che questa non sia solo una pia speranza perchè sulle colline intorno a Scansano si trovano ottimi sangiovese che non aspettano altro di essere elevati a sistema. In questo ipotizzato sviluppo una mano dovrebbe per assurdo darlo l'aumento delle temperature medie; infatti con questo scenario i vitigni piantati perchè di moda, Merlot in testa, rischiano di produrre vini cotti e marmellatosi, mentre il Sangiovese, che qui è di casa, riesce ad adattarsi meglio (se coltivato a dovere). Accanto però alla zona del Morellino che molti conoscono c'è anche quella, molto meno conosciuta, del Montecucco. Siamo praticamente alle spalle di quella che viene definita Maremma, in un territorio collinare vastissimo (molto più grande della DOCG Morellino) che arriva sino alle falde del Monte Amiata, sfiora Montalcino e prosegue verso nord per diverse decine di chilometri.
In questo burbero susseguirsi di colline bellissime troviamo poco più di 40 produttori di vino con nemmeno 500 ettati di vigneto. Una pulce nel mare enologico toscano, ma una pulce che sta crescendo velocemente, nonostante questa sia una terra dura, difficile da lavorare, regno (come del resto la Maremma) della mezzadria fino alla fine degli anni Sessanta e poi spesso abbandonata per scappare a lavorare in fabbrica. Chi è rimasto a coltivarla ha mantenuto la multicoltura: quindi cereali, vigna e magari un piccolo gregge di pecore. Contadini di quelli DOC, il cui vino non veniva imbottigliato ma traslocava, andando a dare man forte a denominazioni più blasonate. Oggi i pochi produttori presenti, quasi tutti molto piccoli ma con alcuni innesti "blasonati", stanno cercando di trovare la giusta direzione. Non è detto che ci arrivino subito, ma hanno dalla loro dei territori per niente toccati dai caldi venti marini, con altimetrie che garantiscono notti fresche e probabilmente (vista la montagna alle spalle) qualche precipitazione in più. In teoria quindi un territorio con grosse potenzialità che già oggi ha superato la fase pionieristica, che solo alcuni anni fa presentava vini improbabili, spesso difettati o con scarsissimo appeal. Oggi i Montecucco sono vini puliti e spesso piacevoli, anche se la tipologia Rosso (che può avere anche solo il 60% di Sangiovese) è più un vino internazionale che altro. Ma la parte della denominazione che mi interessa è il Montecucco Sangiovese che ha quasi sempre quella giusta ruvidità che ben si affianca a potenze ben foderate di grassezza. In questa tipologia, in cui il sangiovese può variare dall'85% al 100% credo che stia il futuro di questa denominazione. Futuro che passa per un logico incremento qualitativo che non può e non deve disgiungersi da una marcata riconoscibilità del vitigno di riferimento. In altre parole: Montecucco deve evitare di cadere (in parte, con il Rosso, c'è già caduta) nell'errore di spersonalizzare il Sangiovese come in parte è successo nel Morellino. Visto il ristretto numero di ettari vitati, la caratteristica di questa nicchia dovrebbe essere proprio quella di salvaguardare una tipologia di vino ruvido (all'inizio) ma invitante, che trova sempre estimatori. Il Morellino da parte sua dovrebbe in primo luogo migliorare la qualità dei prodotti di base (in diversi casi piuttosto bassa) e, visto che la furia di piantare si è fermata, fare un bello screening delle vigne attuali per capire cosa dover produrre in futuro. Sono sicuro che con un Consorzio all'altezza e con una rigorosa attuazione della DOCG, il Morellino potrà fare tanta strada. |