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PER ENTRARE IN ARGOMENTO....
Ognuno ha i suoi pallini ed io ho quello della Schiava. Per non essere tacciato di apologia della schiavitù, preciso subito che sto parlando del vitigno altoatesino. Ma i nomi non nascono a caso ed oggi posso dire senza tema di smentita e con un discreto gioco di parole che molti dei produttori altoatesini di Schiava sono schiavi dell'idea che la Schiava sia un vitigno di serie C, da produrre con un profilo sempre basso, da commercializzare silenziosamente e magari nottetempo, solo in Alto Adige. Mi scuso, ma lo sfogo esce dal cuore... DOVETE FINIRLA! La Schiava non merita questo trattamento!!
La Schiava, se piantata e lavorata in zone vocate (tipo la collina di Santa Maddalena), porta a vini unici che, per freschezza, finezza, aromi intriganti e (non ultima) complessità gustativa non hanno paragone nel panorama dei vini italiani. Per questo dovete alzare la testa e pensare alla Schiava con la stessa convinzione che avete per un Gewurztraminer o un Merlot. Non crediate che non capisca le vostre ragioni: fino a 15-10 anni fa l'Alto Adige era il regno della Schiava. La si trovava piantata da tutte le parti, in terreni spesso inadatti, con rese che sfioravano i 300/400 quintali ad ettaro. Fare del buon vino (o anche solo del vino potabile) in queste condizioni era praticamente impossibile. Piano piano l'avete sostituita (anche nelle vostre teste) con vitigni più di moda. Ma oggi, dopo la "deschiavizzazione" a vantaggio di altri vitigni molto più remunerativi, bisogna guardare senza preconcetti al futuro. Prima ho affermato che la Schiava è unica nel panorama nazionale; in effetti, ditemi voi quale vino le si avvicina come tipologia. Non certo i potenti rosati pugliesi o gli altrettanto alcolici Cerasuoli abruzzesi: tanto meno i rossi giovani che nascono un po' dappertutto nel nostro stivale. Tutti questi vini hanno quasi sempre dei profumi meno complessi e un corpo eccessivamente ridondante. Il mercato vuole invece, anche tra i rossi , dei vini semplici da bere, ma non scontati. Inoltre si cercano sempre più dei prodotti "autoctoni" o comunque con chiare connotazioni regionali; vini dalle caratteristiche precise, che nascono solo in determinate zone. Se si entra in questo ordine di idee la Schiava possiede in pieno tutti i requisiti richiesti. È autoctona, particolare, riconoscibile da lontano e viene coltivata in un territorio ristretto. Ma voglio andare oltre; una Schiava è il perfetto connubio tra un bianco ed un rosso giovane. So che farò storcere diverse bocche, ma devo dirlo: la Schiava è il rosato perfetto! Il rosato che in Italia non esiste e che il mercato cerca. Continuiamo pure a chiamarlo con il suo nome o con la denominazione di riferimento (Santa Maddalena, Lago di Caldaro) ma rendiamoci conto che forse la freccia più appuntita nell'arco dei produttori altoatesini è sempre rimasta, pudicamente, dentro la faretra. Ma se la Schiava non ha dei vini a lei paragonabili, come facciamo a fare il nostro articolo? Dove troviamo un contendente che le assomigli? Al suo interno non è possibile, perchè non esiste a memoria d'uomo una Schiava premiata dalle grandi guide di settore (anche se il direttore della guida del Gambero Rosso, alcuni anni fa, stupì un po' tutti parlandone benissimo, senza però portare a logica conclusione le idee espresse). Dovendo quindi cercare altrove il contendente, abbiamo fatto praticamente il giro d'Italia, per poi tornare sui nostri passi e scegliere niente meno che il vitigno nobile per antonomasia, quel Pinot Nero che, guarda caso sempre in Alto Adige, ha trovato la sua italica culla.
Sul Pinot Nero altoatesino potremmo dire l'esatto opposto della Schiava. Piantato solo in zone vocate, ha subito trovato una sua strada alla grande qualità. In realtà le strade sono due: la prima porta verso un Pinot Nero di matrice borgognona e la seconda verso una connotazione più in chiave altoatesina. In soldoni, le differenze stanno in un'immediatezza aromatica maggiore per il secondo ed in una più insistita complessità generale per il primo. Personalmente preferisco la seconda via, ma devo riconoscere che sono nati e nasceranno ottimi Pinot Nero di formazione più internazionalistica. Ma esistono anche somiglianze tra i due vitigni: entrambi hanno un colore piuttosto scarico (almeno secondo i parametri odierni), una tannicità non certo burbanzosa, una finezza innata. Sono così tante le loro somiglianze che qualche volta in Alto Adige vengono anche assemblati assieme (percentuali 10/90-90/10), da una parte per dare maggiore corpo e profumi alla Schiava, dall'altra per ingentilire Pinot Neri rustici e ruvidi. Ma le differenze restano comunque e sempre marcate: chi pensa al Pinot Nero pensa ai grandi vini, chi punta alla Schiava vuole invece un vino da tutti i giorni. Il mio compito odierno non è certamente quello impossibile (e sbagliato) di colmare a parole le differenze che, nei fatti, ci sono tra i due vitigni. Cercherò, quasi per l'esclusivo bene dei produttori altoatesini, di far comprendere che forse tra i due vitigni non c'è quell'abisso che spesso si crede. |